Arietta e la grande montagna
Era un vento strano quello che spazzava i campi di grano nell’ora, come sospesa, di un acerbo pomeriggio di marzo. Mugolava cupo, appesantito dal blu sfocato del cielo, e col suo soffio bizzarro sparpagliava i fili d’erba, facendoli vacillare inquieti.
Arietta sedeva a gambe incrociate, e ascoltava.
La Grande Montagna cresceva immensa di verde davanti al suo piccolo viso. Più Arietta la contemplava, più il suo enorme corpo si allargava: camminava lentamente verso di lei, e sembrava volesse inghiottirla.
“La senti mai una strana nostalgia, quando guardi la Grande Montagna?”, chiese Arietta, puntando quasi con violenza sul volto dell’amico gli occhi grandi; una misteriosa fiammella azzurra vi si rannicchiava, minuscola, e mano a mano che il bambino la fissava, essa cresceva celeste celeste, illuminando il suo stupore di lampi.
Arietta amava il suono dei monti. Erano amici poco socievoli, sulle prime; si concedevano con una riservatezza un po’ scontrosa. Ma se ti avvicinavi con delicatezza e gli lasciavi leggere il tuo cuore puro, ti regalavano la gioia e l’onore di diventare loro amico; così, soprattutto al crepuscolo, ti avrebbero parlato con la loro voce calda dell’amore e del mistero. Dovevi però fare attenzione a non volerne carpire i segreti spinto da orgoglio o da una foga impaziente. Se avvertivano che il tuo cuore non era umile e che li spiavi superbo, ti allontanavano da sè per sempre, con un silenzio muto e pesante come una notte di piombo.
“Devo parlare con la Grande Montagna”, riprese Arietta; il suo sguardo aveva la risolutezza della pietra. Il bambino la guardava ipnotizzato. La meravigliosa fiammella aveva quasi trasformato Arietta in una creatura d’aria: egli ebbe l’impressione che l’esile corpicino di lei stesse per staccarsi da terra in volo, alla volta dei possenti alberi del bosco. Proprio in quel momento, un sussurro fortissimo scosse le cime scure degli abeti antichi; era un grido quello che il piccolo udiva: si sentì sconquassare da un brivido e scappò lontano, verso la casa illuminata nella sera incombente.
Arietta si accovacciò ai piedi della Grande Montagna e si addormentò, mentre una stella curiosa accarezzava con un bacio di luce la lacrima che rigava la sua pelle bianca e decideva di vegliarne il sonno sorridendo su di esso amorevolmente.
Arietta galleggiava su vapori grigi. Salivano densi da un terreno di foglie umide, e lei procedeva a fatica, trattenuta dallo sprofondare del terriccio molle e dalle grosse radici dei mastodontici tronchi. Le impacciavano i piedi tentando le sue caviglie con uno sfiorare insistente, con un frusciare soffocato. Ma Arietta continuava a volgere i suoi occhi all’alto capo della Montagna, che al suo avanzare si ingigantiva e si allontanava sempre di più. Magicamente le flessuose mani degli abeti argentati si chinarono verso di lei e ne accolsero la piuma del corpo con dolcezza, fino a slanciarla verso la vetta con le loro oscillazioni lente, eterne come i respiri dell’aria. Arietta si ritrovò immersa in una strana luce buia, macchiata dai bagliori degli intermittenti battiti d’ala di innumerevoli, microscopiche farfalle e dalla polvere sottile che si staccava morbida dalla membrana che le ricopriva. Il tappeto di foglie dorato di giallo intenso bruciava la notte limpida che impregnava l’aria del bosco, ed emanava da essa un candore violento. La bambina penetrò nel folto della vegetazione e scoprì un immobile cimitero bianco, ricoperto di muschi verde smeraldo che esalavano miasmi sulfurei.
Mille piccoli occhietti scrutavano curiosi dai ritagli di buio che strappavano, qua e là, il bianco immacolato dei sassi. Una strana creatura appoggiava lievemente la propria testolina sulla superficie increspata delle strane pietre multiformi; le palpebre socchiuse, si affidava alla voce che flebilmente si faceva strada, come un’eco lontana ma caldamente intensa, tra gli anfratti freddi dei massi… “…la quercia… la vecchia quercia… ti sta aspettando…”.
Arietta si riscosse improvvisamente, e come spinta da un monito interiore, esclamò: “Devo andare. La vecchia quercia mi sta chiamando. Solo, come trovare la strada?”.
I piccoli occhietti si mossero, allora, insieme come mille lucciole brillanti e danzarono dolcemente intorno ad Arietta, sulle note di cento flauti di Pan modulate dagli usignoli del bosco. La piccola si sentì sfiorare da morbide presenze fruscianti; voci mai udite ma a lei comprensibili le chiesero di fidarsi, in una strana lingua fatta di licheni e del profumo del legno umido, e la presero per mano, alla volta della vecchia quercia.
Arietta sprofondò e sprofondò attraverso cunicoli sotterranei, viscidi e pregni dell’aroma denso di tutti i boschi e le foreste di ogni terra, come risucchiata da una forza immensa: il cuore della Grande Montagna la stava inghiottendo…
Ma la bambina non aveva alcun timore. Sapeva che qualcosa di meraviglioso la stava aspettando.
Finalmente, tutto si calmò. Ora un silenzio leggero e candido bagnava ogni cosa tra le tenui sfumature rosa del cuore della Montagna. La grande quercia, la quercia più immensa che Arietta avesse mai visto, pulsava al centro di una landa sconfinata, i cui limiti potevano soltanto essere immaginati, sciolti oltre l’orizzonte fatto di strani fumi colorati. I suoi rami si allungavano nell’aria, simili a liane intorte e mollicce, e da essi pendevano, sospese a capo in giù a pochi centimetri dal suolo erboso, le mille creature del mondo. Le estremità dei rami le penetravano alle orecchie ed esse, in movimenti lentissimi e incessanti, ruotavano intorno a sé. Parevano esseri in procinto di essere svezzati dalla grande quercia. Osservavano Arietta dai loro corpi nudi e glabri, con grandi occhi di feto.
Arietta accarezzò la grande quercia, ed essa, solleticata dalle dita della bambina, si scosse vibrante in una profonda risata di madre. Allora allungò la punta di un ramo lucente, fresco del verde delle sue prime, giovani foglie, verso la bambina. Questa si accoccolò prontamente sul ramicello, il cuore colmo di fiducia e di affetto per la grande quercia. E il vecchio albero, dimenando felice le proprie fronde nel petto della Grande Montagna, ascoltò quella notte una nuova preghiera d’amore.
vento
Marzo 26, 2008
Nel vento che rode la terra anch’io mi sento scricchiolare
come una foglia secca – sono una fragile salma di foglia distesa
che ascolta il ronzio d’ape del vento.
Tutto ciò che è intorno respira familiare, la luce tiepida della lampada lo spia
con una carezza morbida, come affettuosa.
Vento, perché bussi alla porta
come se avessi un pungiglione molesto?
Quando osservo i pini secolari divincolarsi nel buio come grandi mostri sento davvero una nostalgia non umana; una nostalgia vegetale, sento nella mia lingua ormai priva di parole per gli uomini e nella mia mente vuota di pretese il bisogno di farmi pianta e aprire la porta al vento.
La natura mi chiama con parole di potenza sconvolgente; ogni cosa mi pare priva di significato, soltanto la mia vita di fronda ha il suo sacro motivo di esistere.
Il vento ha mille voci
Ora ti dice: “Ssssh…”, fai
silenzio; ascolta…
martedì 20 marzo 2007
ore 21:40
notte magica
Marzo 26, 2008
La notte è densa, quasi torbida.
Siedo in alto, e osservo; e ascolto.
Silenzio, intorno; la luce ambrata dei lampioni svapora sull’asfalto grigio-fumo, creando fasci più chiari e nascondendo in un buio pallido anfratti spigolosi.
Le ombre degli esili tronchi, sparuti e secchi, si proiettano come vecchie scope con astratta immobilità; ad intermittenze regolari, due o tre pipistrelli disegnano gocce piatte nell’aria, attorno ai tralicci, sfarfallando su trasparenti tappeti volanti e intrecciando il loro volo scomposto all’ascesa calma delle piccole falene dorate.
Osservo la luce accecante di un faro lontano riverberarsi su una ragnatela di vetro; nel nero basso, poche stelle e fumi bigi; oltre il terrazzo, i tigli scuotono al vento le loro chiome pesanti e si protendono d’intorno come polipi, accarezzando di sussurri l’aria.
In un’atmosfera onirica, i pipistrelli si allungano sopra il mio capo, rincorrendosi in frullii d’ali ed emettendo brevi suoni interrotti; lontano, un lampo ovattato e diafano; intorno, una cappa di vacui rumori, spenti dal silenzio, di automobili veloci e raganelle, e il perpetuo canto dei grilli.
Una foglia accartocciata si srotola, a piccoli balzi, sul marciapiede; poi, in un guizzo di nero e di bianco, un gatto attraversa furtivo il buio e oltrepassa il recinto metallico, mentre due occhi fluorescenti violano col loro sguardo sgraziato, innaturali, la notte pulsante di respiri e segni, di parole che stormiscono, a tratti, con voce più gonfia.
Poso il mio dito su ogni cosa; vedo non vista, e come un fantasma sento attraversarmi il respiro delle cose, e impregnarmi di pienezza inquieta.
E tendo l’orecchio ai messaggi degli alberi, ma ancora non riesco a decifrarli, presagio di devastante, brillante grandezza.
31 Maggio 2005
24:25
occhio di vetro e la metropoli fantasma
Marzo 26, 2008
M’inoltravo nei pressi di una zona paludosa.
A un certo punto, camminando, mi imbattevo in uno strano ragazzo: alto e magro, assai pallido, biondo, occhialuto; lo fissavo, e mi accorgevo che uno dei suoi occhi chiari era di un azzurro vitreo, indubbiamente un bulbo finto. Il giovane procedeva in direzione opposta alla mia, e i passanti lo scansavano con ribrezzo, come un essere spaventoso e deforme, a causa del suo occhio.
Mi capitava, dopo poco, di incontrarlo nuovamente, stavolta all’imbocco di una stradina sterrata. Lo osservavo meglio: ora il suo aspetto era divenuto consueto.
Gli chiedevo informazioni sul percorso: mi indicava, allora, la via verso una bellissima foresta.
Lo ringraziavo e procedevo, poi all’improvviso, come spinta da un impellente imperativo interiore, mi voltavo per cercarlo con gli occhi, nella disperata sensazione di averlo perduto, pervasa dal rimpianto e dal senso di colpa per non averlo trattenuto: e scoprivo che il ragazzo era irrimediabilmente scomparso, oltre la curva disegnata dalla stradina, verso la propria casa (pur non avendolo visto compiere l’atto, sapevo con certezza che ciò era accaduto).
Mi ritrovavo, ora, all’interno di un edificio, somigliante al vecchio asilo del mio paese.
Per raggiungere il luogo indicatomi dal giovane dovevo saltare oltre una piccola finestra, mentre un altro giovane, dai tratti meridionali, mi chiedeva di rimanere. Rifiutavo decisa, e spostavo il mio sguardo oltre il balcone: il panorama immenso e freddo di una consunta, rosso-grigia metropoli, dagli imponenti grattacieli, si apriva alla mia vista. Dovevo saltare su un lungo e stretto ponte di ferro alla volta di un largo edificio a più piani, ma la distanza tra questo e il ponte era eccessiva: sarei sicuramente sprofondata nel vuoto. Pur essendone consapevole, mi lanciavo sul ponte, e poi verso il palazzo: precipitavo, allora, in un buio nero e denso, in un movimento sinuoso; la caduta durava eternamente.
Sprofondando, vedevo avvicinarsi progressivamente una collina a forma di cono rovesciato, terrazzata; sbattevo, precipitando, a ogni suo anello, e mi accorgevo della folla che si ammassava, ininterrotto corteo di formiche, tra una giuntura e l’altra, a spirale.
Mi ritrovavo d’improvviso in uno spogliatoio sportivo: vagavo per lo spogliatoio scuotendo i miei capelli bagnati e seminavo sul pavimento innumerevoli insetti neri, accumulati durante la mia caduta nel vuoto, provocando il contagio letale di chi si trovava intorno a me.
(marzo 2008)
