occhio di vetro e la metropoli fantasma
Marzo 26, 2008
M’inoltravo nei pressi di una zona paludosa.
A un certo punto, camminando, mi imbattevo in uno strano ragazzo: alto e magro, assai pallido, biondo, occhialuto; lo fissavo, e mi accorgevo che uno dei suoi occhi chiari era di un azzurro vitreo, indubbiamente un bulbo finto. Il giovane procedeva in direzione opposta alla mia, e i passanti lo scansavano con ribrezzo, come un essere spaventoso e deforme, a causa del suo occhio.
Mi capitava, dopo poco, di incontrarlo nuovamente, stavolta all’imbocco di una stradina sterrata. Lo osservavo meglio: ora il suo aspetto era divenuto consueto.
Gli chiedevo informazioni sul percorso: mi indicava, allora, la via verso una bellissima foresta.
Lo ringraziavo e procedevo, poi all’improvviso, come spinta da un impellente imperativo interiore, mi voltavo per cercarlo con gli occhi, nella disperata sensazione di averlo perduto, pervasa dal rimpianto e dal senso di colpa per non averlo trattenuto: e scoprivo che il ragazzo era irrimediabilmente scomparso, oltre la curva disegnata dalla stradina, verso la propria casa (pur non avendolo visto compiere l’atto, sapevo con certezza che ciò era accaduto).
Mi ritrovavo, ora, all’interno di un edificio, somigliante al vecchio asilo del mio paese.
Per raggiungere il luogo indicatomi dal giovane dovevo saltare oltre una piccola finestra, mentre un altro giovane, dai tratti meridionali, mi chiedeva di rimanere. Rifiutavo decisa, e spostavo il mio sguardo oltre il balcone: il panorama immenso e freddo di una consunta, rosso-grigia metropoli, dagli imponenti grattacieli, si apriva alla mia vista. Dovevo saltare su un lungo e stretto ponte di ferro alla volta di un largo edificio a più piani, ma la distanza tra questo e il ponte era eccessiva: sarei sicuramente sprofondata nel vuoto. Pur essendone consapevole, mi lanciavo sul ponte, e poi verso il palazzo: precipitavo, allora, in un buio nero e denso, in un movimento sinuoso; la caduta durava eternamente.
Sprofondando, vedevo avvicinarsi progressivamente una collina a forma di cono rovesciato, terrazzata; sbattevo, precipitando, a ogni suo anello, e mi accorgevo della folla che si ammassava, ininterrotto corteo di formiche, tra una giuntura e l’altra, a spirale.
Mi ritrovavo d’improvviso in uno spogliatoio sportivo: vagavo per lo spogliatoio scuotendo i miei capelli bagnati e seminavo sul pavimento innumerevoli insetti neri, accumulati durante la mia caduta nel vuoto, provocando il contagio letale di chi si trovava intorno a me.
(marzo 2008)