M’inoltravo nei pressi di una zona paludosa.

A un certo punto, camminando, mi imbattevo in uno strano ragazzo: alto e magro, assai pallido, biondo, occhialuto; lo fissavo, e mi accorgevo che uno dei suoi occhi chiari era di un azzurro vitreo, indubbiamente un bulbo finto. Il giovane procedeva in direzione opposta alla mia, e i passanti lo scansavano con ribrezzo, come un essere spaventoso e deforme, a causa del suo occhio.

Mi capitava, dopo poco, di incontrarlo nuovamente, stavolta all’imbocco di una stradina sterrata. Lo osservavo meglio: ora il suo aspetto era divenuto consueto.

Gli chiedevo informazioni sul percorso: mi indicava, allora, la via verso una bellissima foresta.

Lo ringraziavo e procedevo, poi all’improvviso, come spinta da un impellente imperativo interiore, mi voltavo per cercarlo con gli occhi, nella disperata sensazione di averlo perduto, pervasa dal rimpianto e dal senso di colpa per non averlo trattenuto: e scoprivo che il ragazzo era irrimediabilmente scomparso, oltre la curva disegnata dalla stradina, verso la propria casa (pur non avendolo visto compiere l’atto, sapevo con certezza che ciò era accaduto).

Mi ritrovavo, ora, all’interno di un edificio, somigliante al vecchio asilo del mio paese.

Per raggiungere il luogo indicatomi dal giovane dovevo saltare oltre una piccola finestra, mentre un altro giovane, dai tratti meridionali, mi chiedeva di rimanere. Rifiutavo decisa, e spostavo il mio sguardo oltre il balcone: il panorama immenso e freddo di una consunta, rosso-grigia metropoli, dagli imponenti grattacieli, si apriva alla mia vista. Dovevo saltare su un lungo e stretto ponte di ferro alla volta di un largo edificio a più piani, ma la distanza tra questo e il ponte era eccessiva: sarei sicuramente sprofondata nel vuoto. Pur essendone consapevole, mi lanciavo sul ponte, e poi verso il palazzo: precipitavo, allora, in un buio nero e denso, in un movimento sinuoso; la caduta durava eternamente.

Sprofondando, vedevo avvicinarsi progressivamente una collina a forma di cono rovesciato, terrazzata; sbattevo, precipitando, a ogni suo anello, e mi accorgevo della folla che si ammassava, ininterrotto corteo di formiche, tra una giuntura e l’altra, a spirale.

Mi ritrovavo d’improvviso in uno spogliatoio sportivo: vagavo per lo spogliatoio scuotendo i miei capelli bagnati e seminavo sul pavimento innumerevoli insetti neri, accumulati durante la mia caduta nel vuoto, provocando il contagio letale di chi si trovava intorno a me.

(marzo 2008)

rivelazione

Marzo 26, 2008

È l’ora torrida di un pomeriggio d’estate.

L’aria vibra di calore, e ogni sua cellula si sfibra, tremolando umido.

Tutto è silenzio: attendiamo il miracolo che ci rivelerà l’agghiacciante verità.

D’improvviso. All’orizzonte, avanza muto un corteo lugubre d’uomini.

Procedono a distanza regolare. Vestiti in nero, scortano perentori altri uomini fantasma, neri. Sospesi alle loro mani, sbandierati come tronfi trofei, eleganti abiti bianchi e azzurri.

Dietro, una carrozza; nera, stile settecento. Pare serbare misteriosamente il catafalco di un morto.

L’istante è sospeso: nulla accade, e tutto. La processione seguita la sua marcia cadenzata, ma rimane immobile. Stiamo lì, gola secca e terrore nel cuore.

(luglio 2006)

onirico

Marzo 26, 2008

ALLUCINAZIONE N.1

stato febbrile

La ruota enorme gira rapidissima su se stessa, in posizione obliqua, riflettendo il bagliore accecante degli spicchi metallici.

Frammenti di busti e gambe d’uomini in uniforme verde militare si sovrappongono, a intermittenze disordinate, al vortice allucinogeno.

Sudore e palpitazioni.

VISIONE N.1

in dormiveglia

Il nulla nero della notte. L’arida collinetta di terra sterile. Accompagnati dalle note macabre della fanfara funebre, gli spiriti fatti d’ossa, incappucciati in sai marrone, si levano in alto, ruotando in cerchio, a spirale, in una sacra danza di morte.

SPIRITO N.1

Apro gli occhi al nero pesto della camera da letto dei miei genitori, e lo spirito penzola dal lampadario, al centro della stanza, scuro, coperto di un cappotto, un tabarro, di panno pesante. Chiudo gli occhi, li contraggo stretti, come per cacciare un’allucinazione, ma quando li riapro e sbatto le palpebre energicamente, lui pende ancora, ombra greve.

Ritorna più volte. Lo temo.

 (settembre 2005)

la nave bianca

Marzo 26, 2008

Punto gli occhi in alto nel cielo, azzurro azzurro, e vedo volare verso di me, altissima ed immensa, una nave bianca.

La nave trascina una forma strana, una specie di grande palla, e lancia nell’aria, intorno, mille lustrini luminosi… I lustrini scendono lentamente, roteando, leggeri; quando entrano nella luce del sole vengono colpiti dai raggi brillanti, illuminandosi di screziature incandescenti. Li attendo giù, a terra, e sollevo una mano per catturare un po’ di quella preziosa luminosità; mi accorgo che si tratta di pietruzze biancastre, iridescenti. Ne stringo alcune nel pugno, con l’intento di conservarle.

A un certo punto, sollevo lo sguardo e assisto all’atterraggio della strana palla: è un oggetto colorato, dalla superficie composta come di tante toppe multiformi.

Mi avvicino, e l’ascolto.

 (febbraio 2008)


approdo misterioso

Marzo 26, 2008

Eravamo in viaggio soltanto per raggiungere quel luogo sconosciuto, e poi, subito, ritornare.

 

Alla partenza, in auto, ci davano consigli pratici e direttive: il dislivello rispetto al sito in cui ci trovavamo era, infatti, fortissimo. D’improvviso, protetti dai dispositivi di sicurezza, l’auto ci sbalzava in alto: in un movimento quasi verticale, tanta era la pendenza. Le cuffie proteggevano i nostri timpani da eventuali lesioni.

Approdati alla destinazione, iniziavamo ad osservare la strana località: il silenzio pesante dei luoghi di mare del nord, e tante piccole isole palustri che emergevano lievemente dall’acqua, colorata delle splendide sfumature di un cielo che si stava lentamente spogliando dell’intensità della notte e cedeva piano piano al rosa, conservandone, però, un soffuso bagliore celeste scuro punteggiato qua e là delle ultime luci dei moli.

Sedevamo, e qualcuno ci raccontava la morte di una madre.

Il ragazzo dai lineamenti olandesi si alzava e si allontanava oltre una collinetta, per guardare il mare, pieno di nostalgia e di tristezza, e una vecchia dava a ognuno di noi un lembo di stoffa, e diceva: “Chi ama il ragazzo dai lineamenti olandesi pianga”. Allora ciascuno, a turno, lo bagnava di lacrime e lo portava in dono al ragazzo, oltre la collinetta.

Era lo strano rituale di compianto funebre diffuso in quella misteriosa terra di confine.

(maggio 2007)